John Fowles, "La donna del tenente francese"

 

John Fowles è un romanziere e saggista inglese morto nel 2005 all'età di settantanove anni. Credevo fosse ancora vivo invece, proprio mentre rileggevo questo romanzo, sono venuto a sapere che ci aveva già lasciati. Del padre del postmodernismo letterario (o almeno, uno dei padri), inoltre, non sapevo nemmeno che avesse vissuto per qualche anno a Lyme Regis, nel Dorset, la stessa località in cui sono ambientate le vicende del suo romanzo più famoso, "La donna del Tenente Francese" (The French Lieutenant's Woman). Scritto nel 1967, le vicende di questo libro vengono però portate indietro di cento anni, in piena epoca vittoriana. I protagonisti sono Charles ed Ernestina, una giovane coppia conformista, in procinto di sposarsi: di famiglia nobile ma ormai incalzata dall'incipiente borghesia, speleologo dilettante il primo, carina, timorata di Dio, appartenente ad una famiglia di ricchi commercianti la seconda, tipico esempio di donna vittoriana. A complicare il loro matrimonio, già scritto e previsto dal destino e non solo, interviene la tipica figura della fallen woman, la proscritta ma fascinosa figura che ricorreva spesso nella narrativa vittoriana. Ha un nome e un cognome ma è conosciuta da tutti come la Donna del Tenente Francese. Considerata da alcuni pazza, da altri puttana, la povera Sarah Woodruff ora tira a campare facendo la governante per una vecchi signora ma la sua vita sembra ormai irrimediabilmente rovinata da un militare francese che l'ha sedotta e poi abbandonata. I due promessi sposi l'incontrano per la prima volta sul molo di Lyme Regis dove la donna si recava ogni giorno in attesa del ritorno del suo uomo. Ritorno che ovviamente non avverrà mai ma che farà posto ad un evento altrettanto inaspettato: l'innamoramento di Charles proprio della Donna del Tenente Francese. 

L'intento di Fowles, però, non è quello di scrivere un romanzo storico, un ritratto fedelmente realistico dell' epoca vittoriana, modalità narrative comprese. D'altronde la finzione narrativa è già svelata nel primo capitolo, quando l'autore descrive il vestiario dei suoi personaggi da due punti di vista differenti: quello vittoriano e quello suo contemporaneo. E i viaggi narrativa lungo questo asse secolare saranno numerosi durante il romanzo. Negli ultimi cento anni, però, molte cose sono successe e la realtà, anche quella romanzesca, non viene più percepita allo stesso modo: le certezze sono sempre più sottili, la frammentarietà dell'esistenza è maggiore ma lo è anche la libertà. E infatti l'autore decide prima di tutto di garantire ai suoi personaggi quella libertà che un romanziere vittoriano non avrebbe mai e poi mai permesso. Inoltre l'autore stesso appare nei panni di un misterioso personaggio barbuto che appare di tanto in tanto nel corso della narrazione: lo ritroviamo nel cap.55 come compagno di viaggio nello stesso scompartimento di Charles e ancora nel cap.61, immobile e pensieroso ad osservare la casa in cui si è rifugiata Sarah. Alla fine la libertà concessa è talmente tanta che i personaggi sembrano sfuggire di mano all'autore. Inoltre il narratore ci presenta tre finali differenti, con un chiaro intento ironico sui cliché narrativi. Il primo finale, si potrebbe dire, è quello che qualsiasi autore vittoriano avrebbe prediletto: dopo la scappatella con Sarah, Charles rinsavisce e torna da Ernestina e i due vivranno  una comoda e conformista vita borghese (Cap.44). La seconda ipotesi prevede che Charles invece abbandoni le sicurezze del matrimonio borghese per trascorrere il resto della propria vita con la reietta Sarah: non si tratta di un finale molto chiaro anche se si sa che i due si sono ritrovati e probabilmente sono destinati a sposarsi. Nel terzo e ultimo finale Charles, dopo un lungo girovagare, ritrova Sarah a Londra, nella casa di Dante Gabriel Rossetti, massimo esponente pre-raffaellita: qui capisce che entrambi sono troppo cambiati per poter ricostruirsi una vita comune. Così il protagonista, seppur a malincuore,  abbandona l'ipotesi del matrimonio perché fondamentalmente crede che Sarah non lo ami. Sembra che il "vero" finale sia proprio questo: l'unione di Charles e Sarah non è più possibile perché le esperienze che i due hanno passato li hanno cambiati troppo e quindi sono ora destinati a intraprendere strade diverse. E l'elemento post-modernista introdotto da Fowles è proprio dato dal fatto che il protagonista si lascia alle spalle tutto, anche se con ovvio dolore, per ricominciare da capo di fronte ad una realtà diversa: è il "fiume della vita" che trascina con sè il "nuovo" Charles che ora dovrà imparare da capo cosa sono il destino e l'esistenza. Quanto al "vecchio" Charles, sembra che sia stato ucciso dalla nuova identità la quale abbandona la realtà vittoriana per andare incontro ad una nuova esistenza, più incerta ma certamente anche più libera.

Il personaggio più misterioso e complesso che emerge da tutta questa lunga storia è senza dubbio Sarah Woodruff, personaggio la cui identità è stata lasciata volutamente aperto e richiamata da una serie di associazioni con personaggi e miti femminili famosi disseminate lungo tutta la narrazione.Sarah è Eva ed Emma Bovary; la Vergine Maria e Calipso (la ninfa che sedusse Ulisse e lo tenne sulla sua isola per sette anni)) per finire con Didone e la Sfinge che servono ad aumentare la cifra misteriosa di questo personaggio. Sarah, a partire dal nome con cui è conosciuta che da' anche il titolo al romanzo, è vista e costruita esclusivamente da un punto di vista maschile, è sempre rapportata ad un personaggio maschile. Ed è proprio con lo sguardo, gli occhi che identificano Sarah: gli occhi dicono della sua condizione disperata e tragica all'inizio così come in seguito si fanno sfuggenti e più ambigui nel finale.
Si tratta dunque di un romanzo che, come ho già affermato, non vuole solo essere una ricostruzione fedele di un'epoca, nonostante Fowles abbia compiuto un notevole lavoro di documentazione, più di costume che storico. Tuttavia l'uso che lo stesso Fowles ha fatto dell'epoca vittoriana è nuova e originale e certamente non banale.

 

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